Uno sguardo fuori dai confini italiani – Intervista a Pier Paolo Miniussi

Pier Paolo Miniussi è il presidente della cooperativa sociale PROTEA di Torino, nonché master franchisor in Italia per il network internazionale Home Instead, presente in 14 paesi del mondo, di cui 7 europei (Francia, Italia, Irlanda, Regno Unito, Paesi Bassi, Germania, Svizzera).

Ci è quindi sembrato utile intervistarlo per confrontare le principali differenze di mercato nel settore dell’assistenza domiciliare di ausilio familiare e conoscere la sua opinione su quello italiano.

Domanda

Considerando che il tema dell’assistenza domiciliare è entrato all’onore della cronaca soprattutto per la pandemia, è però ancora insufficiente il dibattito sul come adeguare il settore, prevalentemente delegato all’informalità del “badantato”. Potresti sinteticamente farci un quadro sul come viene affrontato questo problema nei maggiori Paesi del mondo?

Risposta

Mentre ogni Paese norma il settore in modo diverso, l’elemento che maggiormente determina le differenze tra un Paese e l’altro è “chi paga” l’assistenza domiciliare. In alcuni Paesi, il sostegno alla famiglia è finanziato interamente dal pubblico (ad esempio Australia o Irlanda). Le agenzie in questo caso devono vincere un appalto per fornire il servizio (la cui qualità viene sempre misurata, per evitare che le gare d’appalto diventino solo gare al ribasso delle tariffe). In altri Paesi ad esempio la Germania o la Francia, in funzione di determinati criteri, la famiglia può utilizzare servizi di sostegno autorizzati e pagati dal Pubblico (o da polizze assicurative, anche aziendali). In questi casi la famiglia sceglie liberamente a quale agenzia rivolgersi (l’agenzia a sua volta è soggetta a controlli e a determinati obblighi), eventualmente integrando di tasca propria qualora l’agenzia scelta costi di più o qualora voglia più ore di quante autorizzate. Ogni Stato regolamenta in modo diverso gli obblighi delle agenzie (ad esempio in Finlandia devono avere un’infermiera in staff).

In nessun Paese succede però che alla famiglia vengano destinate risorse pubbliche, senza che la famiglia debba in qualche modo spiegare dove e come spenda tali risorse come accade nel nostro Paese. Fatto ancora più grave se si considerano le statistiche nazionali di irregolarità del settore.

Domanda

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai riscontrato in Italia e quali le risposte fornite?

Risposta

Come molti, sono arrivato ad occuparmi di assistenza domiciliare dopo aver vissuto personalmente le condizioni in cui si trovano le famiglie che si rivolgono a noi. Questo succedeva 10 anni fa. Ho avuto la fortuna di poter contare sull’aiuto di un gruppo eccezionale, molto solido ed importante (nella sede di Home Instead in Omaha, lavorano circa 200 persone esclusivamente a supporto delle agenzie) tuttavia avevo sottovalutato (gravemente) il problema della mancanza di un contratto di lavoro specifico per il nostro settore. Abbiamo provato ad operare per diversi anni inquadrando gli assistenti come dipendenti, ma non potevamo essere competitivi, come facilmente si può immaginare. La svolta è arrivata con Professione in Famiglia e con i contratti che ha promosso e poi messo a disposizione per le agenzie del nostro settore.

Il CCNL Domestico è stata una grande idea ma ha avuto due conseguenze negative: il primo è quello di aver limitato molto lo sviluppo del nostro settore (rispetto a 10 anni fa oggi esistono molte più agenzie di sostegno a domicilio, e finalmente le famiglie iniziano a conoscere questa nuova opzione), il secondo è culturale cioè la svalutazione del lavoro di aiuto; non è accettabile che si consideri congruo pagare 55 € all’ora per svitare il bullone della coppa dell’olio di un auto e caro 12 € all’ora per occuparsi dei nostri cari.

Domanda

Dalla tua esperienza, quali sono i maggiori problemi per le famiglie?

Risposta

Il primo problema è quello di orientamento, la famiglia si trova spesso a dover cercare un sostegno senza avere i mezzi per poter scegliere consapevolmente l’aiuto più adeguato. Nella nostra agenzia è un Assistente Sociale a fornire informazioni con una relazione scritta per la famiglia, mi sembra però perfettamente centrata ed adeguata la figura del Procuratore d’Aiuto istituita e promossa da PIF.

Un altro aspetto importante è la sostenibilità economica dell’aiuto alle Persone fragili. Si cerca aiuto troppo tardi, spesso a fronte di un’emergenza che si sarebbe potuta evitare. La scelta tradizionale di “avere molte ore di aiuto” al costo orario più basso, a volte non è la risposta migliore. L’idea della Sezione di PIF mi sembra cerchi di fornire una risposta a questo problema per le famiglie.

Lo sviluppo del nostro settore garantirebbe alle famiglie la libertà di scelta ed il rispetto della dignità degli assistiti, rappresentando un valido supporto ai familiari nel lavoro di cura.

Domanda

Quali possono essere le iniziative che Professione in Famiglia potrebbe mettere in campo per dare un contributo alla risoluzione dei problemi?

Risposta

La defiscalizzazione totale dei servizi è l’obiettivo da ottenere. Credo che per arrivarci si debba riuscire a dimostrare con un grande studio la non convenienza del sistema attuale per le casse pubbliche. Se l’80% delle badanti sono in condizioni non regolari e le famiglie devono continuamente affrontare vertenze per contributi non versati, direi che c’è qualcosa che non va. Bisogna essere pragmatici, tutte le statistiche evidenziano un aumento esponenziale del bisogno d’aiuto nei promossimi anni, le risorse disponibili non potranno aumentare in ugual misura. Non si può continuare a scaricare sulle famiglie il problema perché non si hanno le risorse per risolverlo o il coraggio di affrontarlo. E’ evidente che la soluzione non potrà essere perfetta:  non si può avere contemporaneamente buona retribuzione del caregiver, garanzie e contributi previdenziali tradizionali per il lavoratore, formazione adeguata del caregiver, un servizio di gestione dell’assistenza  e costi bassi completamente a carico della famiglia.

Lancio quindi una provocazione avendo osservato quanto si è fatto ad esempio in Germania con i mini jobs. Purtroppo ci troveremo a breve un gran numero di persone senza impiego, molte saranno donne senza grandi prospettive di reimpiego. Se le nostre agenzie potessero fornire sostegno alle famiglie inserendo queste persone in un percorso formativo? Paga netta X €, costo all’agenzia X € , con conseguente costo ridotto per la famiglia. I contributi potrebbero essere coperti da qualche forma di sussidio pubblico (invece di destinarli come oggi a persone che magari lavorano in nero). Oltreché della formazione, le nostre agenzie si potrebbero occupare di tutti gli altri aspetti dell’assistenza. In Germania Home Instead ha fornito servizi eccelsi con il volontariato civile, con un sistema de-contribuito.

Come in altri Paesi, tutte le nostre Agenzie possono crescere moltissimo, creando nuovi posti di lavoro qualificati e stabili con lo staff di agenzia: quanti altri settori possono offrire la stessa prospettiva?

Domanda

Professione in Famiglia potrebbe giocare un ruolo a livello internazionale?

Risposta

Sono assolutamente convinto che Professione in Famiglia debba fare rete con altre associazioni analoghe estere, quanto meno europee. I problemi sono spesso simili, l’esperienza ed il confronto sempre utile per nuove idee ed iniziative. Il peso e la credibilità dell’Associazione non può che aumentare in questo modo.

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