Professione in Famiglia nella Relazione annua del CNEL

Logo_CNELLa Relazione 2019 del CNEL al Parlamento e al Governo sulla qualità dei servizi erogati dalle PA centrali e locali  presentata il 15 gennaio, riporta un capitolo specifico sulla non autosufficienza e le derivazioni sociali e contrattuali.

Schermata 2019-06-28 alle 16.05.35Aldo Amoretti, Presidente di Professione in Famiglia, è stato chiamato a fornire un quadro nazionale sul fenomeno.

 

Riportiamo il testo integrale della Relazione e il capitolo nelle pagine 286, 287 e 288

Relazione al Parlamento e al Governo sui livelli e la qualità dei servizi Pubblici – 2019

3.5.2. L’assistenza ai disabilia cura di Aldo Amoretti, Professione in Famiglia

3.5.2.1. L’assistenza ai non autosufficienti

Si conferma la tendenza all’accrescimento del fenomeno in ragione dell’invecchiamento della popolazione. Istat prevede per il 2030 cinque milioni di soggetti non autosufficienti dei quali un milione ultra-ottantacinquenni. Il disagio dei soggetti si combina con quello delle famiglie (quando esistono). Le differenze sono rilevantissime tra questi estremi: famiglie benestanti che si possono permettere più di una badante o residenze di lusso nelle quali a un certo punto affiora il pensiero “povera nonna come campa male, se muore è meglio anche per lei”; altre che sbarcano il lunario grazie al nonno non autosufficiente che avrà una pensione al minimo abbinata ad assegno sociale e indennità di accompagnamento; se non si paga affitto e si racimola qualche lavoretto in nero si stringono i denti e si arriva a fine mese; quando muore il nonno si piomba nella miseria più nera.In tanti casi si dà fondo ai risparmi, ci si indebita, si vende la nuda proprietà dell’abitazione.Network Non Autosufficienza (NNA) riassume come segue le criticità dell’assistenza domiciliare:

1. predominanza dei trasferimenti monetari. Il sistema LTC italiano si basa soprattutto sull’e-rogazione dell’indennità di accompagnamento, un assegno mensile di 516 Euro per condizioni di invalidità totale e un bisogno continuo di assistenza per svolgere le attività quotidiane e la deambulazione;

2. bassa intensità media dell’assistenza domiciliare: meno di venti ore per utente all’anno.

3. scarsa integrazione tra servizi sanitari e socioassistenziali: nonostante si proclami ufficialmente l’importanza dell’integrazione tra servizi sanitari (ADI) e socio-assistenziali a domicilio (SAD) le relazioni tra i due sistemi sono spesso inesistenti o marginali;

4. disparità territoriali: le coperture e le intensità dei servizi variano largamente da regione a regione e anche all’interno della medesima regione;

5. “doppio binario” di servizi pubblici e privati di assistenza con l’esito di un ricorso predominante alla soluzione badante per quasi il 90% immigrate con una grossa quota di irregolarità sia in quanto a rapporti di lavoro sia in quanto a diritto di residenza;

6. Risorse finanziarie limitate per l’assistenza diretta: la maggior parte delle risorse pubbli-che si concentra sull’indennità di accompagnamento finanziata nel 2016 con 10 miliardi di euro. Nello stesso anno i Comuni hanno speso 2,7 miliardi per SAD e il SSN 5,9 miliardi per la com-plessiva offerta da servizi domiciliari, semi-residenziali e residenziali a carattere sanitario.

Nel quinquennio 2013-2017 la spesa per LTC rispetto al Pil si è contratta passando da 1,74% a 1,7%. La componente più rilevante resta l’indennità (0,79%) seguita dalla spesa sanitaria (0,68%). Su La Stampa del 14 giugno 2019 Linda Laura Sabbadini sottolinea il crescere delle “necessità di assistenza adeguata. Per tali persone, l’Italia investe solo l’1,7% del Pil, contro il 2% dei Paesi UE-28, con punte del 4,7% in Norvegia, 3,2% in Svezia e 2,3% in Germania e Svizzera.”Al Convegno di Italia Longeva del 3-4 luglio 2019 si sottolinea come “la rete, per funzionare bene, deve poter disporre di adeguati servizi di assistenza domiciliare (ADI) e di residenzialità assistita (RSA) per la presa in carico dei pazienti più complessi: si tratta, tuttavia di servizi ancora carenti e sottopo-tenziati rispetto alla domanda di una popolazione che invecchia. Secondo il Ministero della Salute, solo il 2,7% degli over-65 usufruisce di servizi ADI, e solo il 2,2% di un posto in RSA. Nel 2018 i soggetti trattati in ADI sono stati 670.416 rispetto ai 462.158 del 2014; gli ospitati in RSA nel 2018 sono 562.642 rispetto ai 537.971 del 2014 con una ripresa rispetto al calo verificato negli anni 2015-2016.Anche il dato generale delle Prese in carico (PIC) merita osservazioni. Tra il 2017 e il 2018 il numero assoluto passa da 868.712 casi a 939.912, ma la percentuale rispetto alla popolazione interessata è in calo: per gli ultra 65enni si passa da 3,2% a 2,7%; per gli ultra 75enni si passa da 5,3% a 4,4%.

Merita citazione il commento di Italia Longeva sulla attendibilità dei dati: “Come già messo in rilievo nel contesto delle scorse edizioni dell’indagine, a fronte di un dato nazionale medio di 2,7% di persone over65 riceventi ADI nel 2018 e 2,2% residenti in RSA, le percentuali variano notevolmente da regione a regione e non sembrano seguire un chiaro gradiente nord-sud osservato talvolta in contesti simili. Relativamente all’ADI si osservano volumi massimi di attività in Molise (4,7%), Sicilia (4,0%), ed Emilia-Romagna (3,6%). Le percentuali più basse invece si registrano in Lazio (1,5%), Calabria (1,1%) e Valle d’Aosta (0,2%). Simile variabilità, ma con un pattern diverso, viene riscontrata per ciò che riguarda il numero di anziani residenti in RSA. La Provincia autonoma di Trento risulta essere l’area italiana con la maggior percentuale di persone over65 in RSA, ovvero il 9,4% della popolazione anziana, seguita dalla Lombardia (3,8%) e dal Piemonte (3,45). Al contrario in Molise (0,2%) e a pari merito Valle d’Aosta e Campania (0,1%) risultano le regioni con meno anziani residenti in RSA.

Chiaro come sia rilevantissimo il fenomeno badanti. Inps dice che nel 2018 sono stati 859.233 gli iscritti nella qualità di lavoratori domestici metà badanti (47%) e metà colf (53%). Le donne sono 88,4%; gli immigrati 613.269. Ma il fenomeno di lavoro e immigrazione irregolare pare ancor più rilevante di quanti risultano iscritti a Inps. Censis in una ricerca relativa al 2014 stima in 876mila gli addetti al lavoro domestico in nero.

La fondazione Leone Moressa in una ricerca recente con Domina porta a due milioni il totale degli addetti. Il monte salari degli addetti regolari si conferma intorno ai 5,8 miliardi, le loro rimesse intorno a 1,4.

È chiaro come la soluzione badanti sia divenuta strutturale e non sia possibile immaginare un affrontamento del problema non autosufficienza che prescinda da una sistemazione decente di queste persone che porti a regolarità la loro condizione.

Un modo passa per innovazioni contrattuali che per esempio rendano praticabile il part time; dall’associazionismo dei datori di lavoro è proposto un intervento fiscale di deduzione dal reddito di tutta la spesa per badante, operatore di aiuto o collaborazioni similari con le necessarie rettifiche affinché non guadagnino solo i redditi alti. Si sostiene che una tale offerta di vantaggio fiscale potrebbe indurre alla regolarità 350-400mila rapporti di lavoro sommersi. In un documento del Censis si stima “il risultato finale degli effetti diretti e indiretti pari a un costo per lo Stato di 72 milioni di euro.” Il Forum del terzo settore è meno ottimista e stima “un maggior esborso pubblico di circa 250 milioni di euro annui” e prevede un aumento “al calcolo del Pil di almeno 0,30-0,40 punti percentuali, e al calcolo degli occupati per circa 2 punti percentuali.

Certo la efficacia di una tale misura sarebbe data anche da una campagna per la regolarizzazione che si associasse ad una sanatoria per le immigrate irregolari della quale c’è comunque bisogno se non si preferisce l’andazzo attuale. Associato a queste misure va definito un canale di reclutamento all’e-stero che sia praticabile, un sistema di formazione minimo per un inserimento decente, il ritorno, per tutti gli immigrati che tornano stabilmente al paese di origine, alla norma che permetteva di incassare da Inps il montante dei contributi versati.

Il Presidente della Comunità di S. Egidio, incontrando il Presidente del Consiglio nel luglio 2018, ha evidenziato come manchino 50mila badanti nel mercato del lavoro italiano e Inps segnala come in soli dieci anni sia raddoppiato il numero di badanti in età superiore a 50 anni e quadruplicato il numero di quelle con più di 60 anni. Stimiamo in almeno due milioni il totale di caregiver; soprattutto donne che si dedicano a tempo pieno e gratuitamente alla cura di un familiare.

Si discute di una Legge a tutela di queste persone. Bisognerà arrivare ad assicurare loro almeno i contributi figurativi per la pensione e rendere praticabile il diritto alla aspettativa dal lavoro, seppure senza oneri per l’impresa, per i periodi che dedicano a questa opera (Art. 4 Legge n. 53/2000).

Si ragiona di invecchiamento attivo; da più parti si propone di estendere il servizio civile o addirittura di renderlo obbligatorio; ci sono i problemi delle famiglie, ma sempre di più quelli degli anziani soli (a Roma si è coniato il gergo “barboni domestici” o “barboni ricchi” per alludere a persone benestanti economicamente anche residenti in case inutilmente grandi, ma che la solitudine rende comunque emarginate specie se maschi). Da quando nel 2004 è stata approvata la legge n. 6 che istituisce la figura dell’Amministratore di sostegno e fino al 2016 risultano 369.988 i fascicoli aperti presso tutti tribunali della Repubblica. Ciò emerge da una elaborazione AIASS (Associazione Italiana Amministratori di Sostegno Solidale). Si hanno molti squilibri negli standard di efficienza dei tribunali. In troppi casi si dà luogo alla nomina provvisoria che rimane tale fino a conclusione della missione. Il Ministero della Giustizia si è fatto promotore di un Progetto “Uffici di prossimità’” che ha lo scopo di facilitare l’accesso ai cittadini e il dialogo con essi anche senza l’assistenza dell’avvocato. Il progetto si avvale di risorse del Fondo sociale europeo con uno stanziamento previsto in oltre 34 milioni di euro. La sperimentazione è prevista in Regioni pilota che saranno Toscana, Liguria e Piemonte.

Non ci si può ridurre a sole due soluzioni: o in casa propria con la badante o nella RSA-casermone-ospedale-ospice. Si devono allestire e favorire soluzioni intermedie, anche convivenze di piccoli gruppi tipo “casa famiglia” o “comunità alloggio” specie per chi può avere acciacchi o patologie croniche gestibili. In comunità una badante può occuparsi di tre anziani, vivere meglio lei anche uscendo dalla convivenza e vivere meglio loro uscendo dalla solitudine. Sono soluzioni che possono andare insieme a progetti di valorizzazione del patrimonio abitativo degli anziani anche per reinvestirlo in strutture di “housing sociale”. Se ne vede qualche esempio, ma siamo ben lontani da esigenze e possibilità.

Anche la vendita della nuda proprietà non risolve i tuoi problemi se sei senza ascensore in una abitazione inidonea alle tue esigenze.

Si osserva il crescere di agenzie che offrono il servizio della badante. In troppi casi utilizzando rap-porti di lavoro non regolari con l’offerta di costi perfino inferiori a quelli dell’assunzione diretta. C’è anche chi offre questo servizio in regola applicando l’Accordo nazionale del 28 novembre 2016 che regolamenta i cococo in ragione dell’art. 2 del Decreto legislativo n. 81 del 15.6.2015 per una qualifica denominata “operatore di aiuto”.

Ci si interroga sui motivi per i quali il tema della non autosufficienza non è nell’agenda sociale e politica del Paese. C’è chi ritiene che sia prevalente un pensiero inespresso, e perfino non pensato, secondo il quale se le famiglie italiane si arrangiano con la badante immigrata irregolare e in nero si può tirare avanti così. Non solo è ingiusto; è anche improbabile che si possa seguitare senza grandi innovazioni. Si può anche copiare da altri paesi europei che il problema lo hanno affrontato e si pos-sono perfino evitare da loro praticati nelle esperienze realizzate.Il giorno 25 giugno 2019 al Ministero del lavoro si è riunito il “Tavolo nazionale sulla Non Autosuf-ficienza”. Nella occasione “Sindacati e associazioni hanno ribadito che di fronte ad un fenomeno che interessa milioni di persone e muove una spesa sanitaria e sociale di 30 miliardi, con costi pesantissi-mi a carico delle famiglie, non basta discutere del Fondo NA (570 milioni), serve una Legge Quadro sulla Non Autosufficienza per assicurare in modo uniforme in tutto il Paese il diritto alla salute, alle cure e all’assistenza sociale.”

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